Cichorium

Cichorium L., 1753 è un genere di piante spermatofite dicotiledoni appartenenti alla famiglia delle Asteraceae, dall’aspetto di piccole erbacee annuali o perenni dalle tipiche infiorescenze a forma stellata.
Per il nome di questo genere è difficile trovare un’etimologia. Probabilmente si tratta di un antico nome arabo che potrebbe suonare come Chikouryeh. Sembra (secondo altri testi) che derivi da un nome egizio Kichorion, o forse anche dall’accostamento di due termini Kio (= io) e chorion (= campo); gli antichi greci ad esempio chiamavano alcune piante di questo genere kichora; ma anche kichòria oppure kichòreia. Potrebbe essere quindi che gli arabi abbiano preso dai greci il nome, ma non è certo. La difficoltà nel trovare l’origine di questo nome sta nel fatto che queste piante erano conosciute fin dai primissimi tempi della storia umana. Abbiamo ad esempio delle citazioni relative alle piante di questo genere nel Papiro di Ebers (ca. 1550 a.C.) e Plinio stesso nei suoi scritti citava la specie Cichorium in quanto conosciuta nell’antico Egitto; il medico greco Galeno consigliava queste piante contro le malattie del fegato; senza contare tutti i riferimenti in epoca romana. Il nome scientifico del genere (Cichorium) è stato definitivamente fissato dal botanico e naturalista svedese Carl von Linné (1707 – 1778) nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.
Il genere non ha una forma biologica ben definita: sono presenti piante emicriptofite, camefite ma anche terofite.
Le radici sono grosse e scure e comunque secondarie da rizoma.
Il fusto è perlopiù un grosso e rigido stelo ramoso a volte ricoperto da peli. La parte interrata consiste in un rizoma ingrossato che termina in una radice a fittone affusolato (a forma conica), di colore bruno scuro; il rizoma è inoltre ricco di vasi latticiferi amari.
Le foglie sono grosso modo lanceolate con margini dentati o lobati a volte roncinati. È presente una rosetta basale a volte persistente alla fioritura. Le foglie lungo il fusto sono disposte in modo alterno.
L’infiorescenza è formata da diversi capolini posti lungo il fusto in posizione ascellare su peduncoli dimorfici (quasi nulli oppure lunghi fino a 80 mm). La struttura dei capolini è quella tipica delle Asteraceae: un peduncolo sorregge un involucro cilindrico-conico formato da più squame (una decina su 2 serie) che fanno da protezione al ricettacolo piatto e poco peloso, sul quale s’inseriscono i fiori di tipo ligulato; l’altro tipo di fiori, quelli tubulosi, normalmente presenti nelle Asteraceae, in questo genere sono assenti.
I fiori sono tetra-ciclici (calice – corolla – androceo – gineceo), pentameri ed ermafroditi. In generale i caratteri morfologici dei fiori di queste piante possono essere così riassunti:
• Formula fiorale:
K 0, C (5), A (5), G 2 infero
• Calice: i sepali sono ridotti ad una coroncina di squame.
• Corolla: i petali sono 5 con la porzione inferiore saldata a tubo (la parte superiore si presenta come un prolungamento nastriforme – ligula) terminante in 5 dentelli.
• Androceo: gli stami sono 5 con filamenti filiformi, liberi, mentre le antere sono saldate tra di loro e formano un manicotto circondante lo stilo; alla base sono acute.
• Gineceo: l’ovario è infero uniloculare formato da 2 carpelli; lo stilo è unico ma profondamente bifido e peloso.
Il frutto è un achenio ovoidale angoloso (quasi prismatico a 3 – 5 spigoli) e allungato, glabro a superficie liscia e terminante con una coroncina di squame; è circondato dal ricettacolo indurito (in questo caso persistente) e abbracciato dalle brattee dell’involucro (anche queste persistenti). Il frutto è sormontato all’apice da un breve pappo persistente.
Le piante di questo genere sono sparse per tutto il mondo: oltre in Italia e in Europa, sono presenti in Africa orientale (Abissinia), Asia e Americhe (probabilmente importate e quindi naturalizzate). L’habitat (per le specie selvatiche) sono le zone ruderali e gl’incolti, ma anche i margini dei sentieri e strade. Il substrato può essere sia calcareo che siliceo, il pH del terreno è basico (ma anche neutro) con valori nutrizionali medio-alti in ambiente secco o mediamente umido (questi dati valgono soprattutto per le specie alpine).
Dal punto di vista fitosociologico la maggioranza delle specie di questo genere (almeno per quelle dell’arco alpino) appartengono alla seguente comunità vegetale:
Formazione: comunità perenni nitrofile
Classe: Artemisietea vulgaris
Ordine: Onopordetalia acanthii